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Ciarpame, quisquilie, pinzillacchere.
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(1) “Specialmente in Italia - è il monito di Napolitano - dobbiamo rinnovare decisamente le nostre istituzioni, le nostre strutture sociali, i nostri comportamenti collettivi.”

(2) “Crediamo in voi, nel vostro apporto, nel vostro spirito di sacrificio. Confidiamo nella chiarificazione e concretizzazione degli impegni annunciati dal governo per il superamento di situazioni ormai insostenibili che le politiche del passato non hanno mai risolto”.

Ho l’impressione che in (1) non faccia riferimento, per dire, all’evasione fiscale o all’abitudine di creare enti inutili per piazzare trombati della politica e amici degli amici, ma bensì, per esempio, alla perniciosa abitudine di cercare forme organizzate di rappresentazione collettiva degli interessi dei lavoratori che abbiano addirittura l’ardire di dissentire dal luminoso disegno delle riforme prospettate dall’esecutivo.

Inoltre, in (2) è palese che la situazione di stipendi ridicoli per gli insegnanti non siano una di quelle “situazioni insostenibili”.

Devo dire che sto toccando un minimo storico nell’apprezzamento dell’operato di Napolitano.

Napolitano: “Italia non può restare prigioniera di conservatorismi. Sul lavoro serve coraggio” - Repubblica.it

La situazione economica attuale, peraltro, viene presentata nel Rapporto in un modo artefatto e fuorviante. La tabella di p. 49, Come funziona oggi la carriera dei docenti, riporta le cosiddette «posizioni stipendiali» nei vari ordini di scuola e per le varie fasce di anzianità. Stando al Rapporto, un docente di liceo guadagnerebbe attualmente nella prima fascia stipendiale 34.400 € annui (2.646 € mensili per 13 mensilità), che salirebbero a 39.066 € nella seconda, fino a un massimo di 53.985€ a fine carriera (4.152 € mensili). Sono cifre che nessun docente d’Italia ha mai visto, neppure da lontano, e che grosso modo equivalgono a più del doppio di quanto effettivamente percepito in busta paga: si tratta infatti, come segnalato in una noticina senza fornire spiegazioni, del cosiddetto «lordo Stato». Il «lordo Stato» non è lo stipendio lordo come comunemente si intende, quello cioè sul quale il lavoratore paga all’origine i contributi previdenziali e le ritenute fiscali, bensì il totale comprensivo degli oneri previdenziali e fiscali a carico del datore di lavoro; costituisce insomma non lo stipendio del lavoratore, ma piuttosto il costo di quel lavoratore per il datore di lavoro (infatti «costo» e non «stipendio» viene definito nel capitolo sulle assunzioni: all’inizio della carriera il «costo medio per docente è di 36.000 € l’anno compresa la ricostruzione di carriera iniziale», p. 34). A tutti i docenti è capitato più di una volta di vedere tabelle delle fasce stipendiali, ma credo che nessuno abbia mai sentito parlare del «lordo Stato». Perché allora nel Rapporto sono state utilizzate, nell’ambito di un discorso urbi et orbi sullo stipendio degli insegnanti statali, le cifre del «lordo Stato»? Evidentemente perché esse possono indurre i lettori, che non siano docenti, a ritenere che l’attuale condizione economica degli insegnanti statali sia tutto sommato positiva e che il nuovo sistema – che prende l’attuale come base – continui a tutelarla.
Poi ci sono le detrazioni, e qui la cosa si fa divertente, perché ogni comune si inventa le sue (per dire: Modena ha undici diverse misure di detrazione, Asti nove) e questo scatena una entusiasmante creatività. Pagherà meno in generale chi ha due figli, uno dei quali si chiama Ferdinando e va male a scuola. Chi ha solo figlie femmine pagherà il due per mille in meno, al contrario di chi ha un cane di taglia media. Ci sono comuni che prevedono esenzioni sulla Tasi le l’immobile è occupato da famigliari, altri che prevedono riduzioni su quando nonna fa il ragù riesce a diffondere un delizioso profumo per le scale condominiali, altre ancora per chi non ha il citofono e chiama i congiunti dalla strada, alle sei del mattino svegliando tutti. I cognati biondi del padrone dell’immobile potranno detrarre il due per mille solo se ciechi da un occhio.

In effetti si potrebbe quasi riderci sopra… se non ci fosse da piangere.

Alessandro Robecchi, il sito ufficiale » Nei giorni pari o quando piove: la Tasi non è una scienza esatta

Altan di oggi…

Well, I got one foot on the platform
The other foot on the train
I’m goin’ back to New Orleans
To wear that ball and chain

Altan e l’estate mancata…

Ora ci sono due componenti di questa posizione altamente ideologica che si sposano mirabilmente. Il primo è la lenta, ma inesorabile, distruzione dell’immagine del dipendente pubblico. Una cosa che prosegue da anni e anni: è ladro, non lavora, va al bar, eccetera.
Il secondo dato ideologico è la vera vittoria del renzismo: aver trasferito l’invidia sociale ai piani bassi della società. Quella che una volta si chiamava lotta di classe (l’operaio con la Panda contro il padrone con la Ferrari) e che la destra si affannava a chiamare “invidia sociale”, ora si è trasferita alle classi più basse (il precario con la bici contro l’avido e privilegiato statale con la Panda). Insomma, mentre le posizioni apicali non le tocca nessuno (né per gli ottanta euro, né per altre riforme economiche è stato preso qualcosa ai più ricchi), si è alimentata una feroce guerra tra poveri. Una costante corsa al ribasso che avrà effetti devastanti. Perché se oggi un precario può dire al dipendente pubblico che è privilegiato, domani uno che muore di fame potrà indicare un precario come “fortunato”, e via così, sempre scavando in fondo al barile.

Ecco, non è proprio “La caccia”, di Accame e Oliva, ma una comunque riflessione che condivido.

Alessandro Robecchi, il sito ufficiale » Il capolavoro di Renzi: l’invidia sociale trasferita ai piani bassi

Si additano obiettivi limitati, dati per condivisi da ogni persona di buon senso, semplici prese d’atto della realtà, e li si persegue attraverso metodi progressivi, verificabili tappa per tappa e ostentatamente aperti alla revisione e correzione […]. Al tempo stesso cauto e determinato, il cronoprogramma dell’aggiornamento tecnico procede passo dopo passo verso la nuova release: fissa scadenze rigorose (la tempistica è un cardine della socio-tecnica orientata alla ‘cultura della qualità’), disegna scenari di lungo periodo e predispone momenti di svolta. Una volta definito il piano (lo scopo delle ‘politiche di scopo’), esso non è più in discussione: si può negoziare il dettaglio, ricalcolare qualche effetto collaterale, ma mai dubitare del sistema complessivo e della direzione. Questa non conosce alternative, perché si nega che al suo esterno possa presentarsi quale che sia posizione ragionevole, vale a dire realistica (irrealistico e irragionevole sarebbe qui già il fatto di infrangere il metodo). […] Ogni contestazione è parodiata in teoria del complotto, ogni connessione ulteriore riportata a fantasiosa speculazione ovvero astrazione: bisogna semplificare; le conclusioni e le disposizioni sono pronte fin dall’inizio e la comunicazione serve a metterle in ordine di successione, non a spiegarle e men che mai a discuterle. Al netto di tutte le retoriche della condivisione, quello cui si dà il nome di ‘trasparenza’ […] è nulla di più che questa sistematica spazializzazione dei pensieri in una dittatura delle slides.

Un pezzo tremendamente attuale, a mio avviso.

Valeria Pinto. Valutare e Punire - Una critica della cultura della valutazione, Cronopio, 2012.

Amaro e cervellotico Altan della settimana…

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